Cazzago San Martino

Cazzago San Martino: scorcio

Stando al Mazza, il nome di Cazzago deriverebbe da un supposto Cattiacus, aggettivo del nome personale romano Cattius. A dimostrazione dell'uso di questo nome durante l'epoca romana nella provincia di Brescia sono state rinvenute tre lapidi dedicate ad altrettante personalità. Secondo il Guerrini, il termine deriverebbe da Cassiciacus. Stando a documenti del XI secolo, il comune è chiamato Casiago, mentre in quelli del XIII secolo è tramutato in Casago e nel XV Cazagum. L’attuale comune nasce dall’unione, avvenuta nel 1927, di tre precedenti comuni: Cazzago, Bornato e Calino, ciascuno con una sua storia.
Il periodo romano è attestato dal ritrovamento di lapidi a Cazzago e a Bornato, oltre che dai resti di una villa romana individuata in località “Tre Mur”. Il culto di San Martino avvalora l’ipotesi di una dominazione dei Franchi a Cazzago, dove ebbe forse beni il monastero bresciano di San Salvatore. Le terre passarono poi ai Cluniacensi e al vescovo di Brescia, come risulta dai documenti dell'archivio vescovile di Brescia nei quali si attesta l'esistenza del Castello (Castrum) nel 1050. A quell'epoca il borgo di Cazzago fu feudo del Vescovo bresciano che nominò come suo valvassore un rappresentante della famiglia dei Cazzago, i quali presero appunto il nome dal paese. I Cazzago possedevano la casa più grande posta del castrum; grazie a precedenti acquisizioni, nel XIII secolo essi divennero proprietari di tutti gli edifici posti all'interno della struttura fortilizia.
Stando al Cocchetti (1859), il castello fu ricostruito nel 1312 dopo essere stato distrutto da una contesa tra Guelfi e Ghibellini. Otto anni dopo fu espugnato dalle famiglie degli Oldofredi e dei Camuni. Fra il Trecento e il Quattrocento, in mezzo alle lotte fra i Visconti e la Repubblica di Venezia per il dominio sui territori della repubblica comunale di Brescia, il castello si mantenne rifugio per la popolazione e si edificò la chiesa che due secoli dopo diventerà la parrocchiale della Natività. L'estimo visconteo del 1385 attesta che il comune faceva parte della Quadra di Rovato e tale rimase anche durante il dominio della Serenissima. Il 23 gennaio 1438 Nicolò Piccinino, mentre poneva l'assedio a Bornato, tentò di conquistare anche il castello di Cazzago, senza esito.
Il Da Lezze, nel suo Catastico Bresciano (1610), testimonia la scomparsa del borgo fortificato, sostituito da un palazzo di proprietà dei Cazzago, l'attuale Villa Bettoni-Cazzago. A metà del Settecento si rifece la chiesa parrocchiale, mentre alla fine dello stesso secolo fu edificata Villa Guarneri. A seguito degli eventi della repubblica bresciana (1797) il luogo di Cazzago rientrò nel cantone dell'Alto Oglio e quindi, con la riorganizzazione della Repubblica cisalpina del 21 vendemmiale anno VII, fece parte del distretto del Sebino del Dipartimento del Mella. Nel riassetto definitivo della seconda repubblica cisalpina (1801) fu poi inserito nel distretto II di Chiari e, nel 1805, nel cantone III di Adro a sua volta appartenente al distretto già citato. In virtù del suo numero di abitanti, 1121, la municipalità di Cazzago si mantenne autonoma e fu classificata tra i comuni della terza classe. Nel 1810, ricevette i territori dei comuni di Bornato e di "Calino con Torbiato".
Con l'ingresso dei territori lombardi nel Regno Lombardo-Veneto dipendente dall'Impero Austriaco, il paese fu privato delle annessioni ricevute durante il dominio napoleonico e fu inserito nel distretto IX di Adro della provincia di Brescia 1816). A seguito della notificazione del 23 giugno 1853 fu spostato nel distretto XIII di Iseo. Entrato a far parte del Regno di Sardegna, dopo la pace di Zurigo, il comune fu riorganizzato all'interno del Mandamento II di Adro facente parte del Circondario II di Chiari della Provincia di Brescia. Nel 1863, ormai parte del Regno d'Italia, ottenne la denominazione di Cazzago San Martino. Nel 1911 il paese fu interessato dalla costruzione della ferrovia Iseo – Rovato ad opera della Società Nazionale Ferrovie e Tramvie (SNFT). Nel 1927, durante la riorganizzazione degli enti locali operata dal regime fascista, il comune di Cazzago San Martino ricevette i territori dei soppressi comuni di Bornato e Calino.


Chiesa della Natività di Maria Vergine - Parrocchiale

Chiesa della Natività di Maria Vergine

La Chiesa della Natività di Maria Vergine è parrocchiale della borgata di Cazzago.
La chiesa è situata al centro dell'abitato di Cazzago; anticipata da un terrapieno dotato di scalinata, che definisce la geometria del sagrato rettangolare, la chiesa presenta un impianto a capanna, anticipata però dalla possente torre campanaria, posta sul lato destro. La facciata , suddivisa in due registri di cui quello inferiore maggiore, è caratterizzata da aperture centrali, tra cui un portale lapideo riccamente decorato ed una finestra quadrangolare, affiancate da coppie di lesene; a coronamento vi è un timpano aggettante, in cui sono presenti dei lacerti di affreschi nella parte centrale. L'interno, ad aula unica, è dotata di altari laterali e copertura voltata a botte unghiata, mentre il presbiterio, rialzato e quadrangolare con copertura voltata cupoliforme, è chiuso da fondale absidale semicurvo coperto da volta a schifo. L'intero edificio è riccamente decorato ed affrescato, ed è affiancato dalla sacrestia, e da alcuni locali di servizio. Fu costituita in parrocchia con Decreto da San Carlo Borromeo il 10 dicembre 1580 che fu poi sancito da un Breve emesso da Papa Gregorio XIII il 31 marzo dell'anno seguente. L'edificio, le cui origini risalgono al XIV / XV secolo, fu poi consacrato dal Vescovo di Brescia Marco Dolfin alla fine di quell'anno. Dopo la peste del 1630 fu elevato l'attuale altare di San Rocco, mentre risale al 1732 quello dedicato a San Francesco di Paola.
La chiesa parrocchiale fu completamente rifatta alla fine del XVII secolo. Nel 1744 fu dotata di un organo costruito da Cesare Bolognini e nel 1747 fu consacrata dal Cardinale Lodovico Calini. Nel primo decennio del XXI secolo è stata sottoposta nuovamente a lavori di restauro i quali sono stati benedetti dal vescovo Luciano Monari il 15 giugno 2008. Tra le opere d'arte presenti si annoverano la pala dell'Altare Maggiore, attribuita a Jacopo Palma il Giovane, gli affreschi ad opera del Trainini e del Calda e una statua della Madonna del XV secolo, alla quale la tradizione popolare del tempo attribuì poteri miracolosi.


Palazzo Oldofredi

Palazzo Oldofredi sede del Comune

Palazzo Oldofredi prende il nome dalla nobile famiglia d'origine iseana che ne prese possesso fra il Seicento e il Settecento. Il palazzo, costruito nel Seicento dai Bornati, è caratterizzato a meridione da un portico e da stipi alle finestre di stile rinascimentale. Il brolo, posto sul lato nord-est, è di aspetto severo; ad esso si affianca una torre a pianta quadrata.
E' la sede dell'amministrazione comunale di Cazzago San Martino.


Cappella di Santa Giulia

Santa Giulia

Il Priorato cluniacense maschile (sec. XI) si trovava a Cazzago San Martino; ne rimane la chiesa intitolata a Santa Giulia. La prima menzione di una chiesa dedicata a santa Giulia con una piccola cella monastica a Cazzago risale al 1087; secondo la storiografia locale la cella potrebbe essere stata una "antica dipendenza del monastero di Santa Giulia in Brescia". La cella era legata al priorato di San Paolo d'Argon almeno dal 1095, come risulta dalla bolla di Urbano II all'abate Ugo di Cluny; Santa Giulia rimase alle sue dipendenze fino al capitolo generale di Cluny del 22 aprile 1274 quando, in seguito alla "redistribuzione della giurisdizione sui priorati minori lombardi da parte dei priorati maggiori", passò sotto il controllo del monastero di San Nicolò di Rodengo. Dal 1313 in poi il beneficio della chiesa di Santa Giulia fu sempre appannaggio dei membri della famiglia capitaneale bresciana dei Cazzago: "in particolare, nelle carte dell'inzio del 1313 i "domini" Cazzago figurano già come "patroni" della chiesa .... Al momento della soppressione del priorato di San Nicolò di Rodengo, nel 1797, i fondi di Santa Giulia entrarono a pieno titolo a far parte del patrimonio della casa Bettoni-Cazzago.


Palazzo Bettoni-Cazzago

Palazzo Bettoni-Cazzago

La villa settecentesca, con sale ricche di decorazioni classicheggianti, domina la pianura bresciana dalla sommità della collina di Santa Giulia, accanto all’omonima chiesetta di famiglia, ove riposano le spoglie degli antenati Cazzago, oggi anche tappa dell’Itinerario Europeo Cluniacense. Si tratta di un edificio con un corpo principale a pianta quadrata ai quali sono affiancati due corpi laterali. Il percorso per accedere alla villa dal portico-giardino è a doppia scala, di stile seicentesco. L'interno è caratterizzato da una galleria a soffitto ligneo e da sale affrescate in diverse epoche.

Palazzo Bettoni-Cazzago

La dimora storica ingloba un nucleo abitativo alto medioevale (XII sec.): il castello, affiancato dalla fossa e sovrastato dalla chiesa parrocchiale, intitolata alla Vergine Maria. Il complesso monumentale degrada verso le propaggini del colle con un’alternanza di cortili, di giardini all’italiana, di cascinali ed una vasta distesa di vigneti. I vigneti allignano sui terreni della cerchia collinare più esterna dell’anfiteatro morenico del Lago d’Iseo, dove, ai tempi dei Romani, sorgeva un hostellus, testimoniato dal ritrovamento di reperti archeologici. I Conti Bettoni, originari dell’Alto Garda Bresciano, proprietari di oliveti ed agrumeti, nel secolo XVIII si unirono con l’ultima discendente della nobile famiglia Cazzago, antichissima casata bresciana risalente all’XI secolo, in origine valvassori dell’Impero Germanico, residenti a Cazzago.


Villa Guarneri

Cazzago SM-Villa Guarneri

Fu edificata sul finire del Settecento dai nobili Federici. Sorge a sud di Villa Bettoni Cazzago, proprio alle propaggini della collina di Santa Giulia e dei vigneti, che fungono da collegamento tra le due prestigiose dimore storiche. Il bellissimo palazzo, è costituito da un corpo centrale contenuto fra due imponenti torri di pianta quadrata e si affaccia su un pittoresco giardino, fiorito in ogni stagione e ricco di essenze arboree pregiate. A nord del palazzo, un viale, affiancato da cespugli da fiore ed alberi da frutto, conduce a una piccola cascina e allo storico pozzo, che fornisce tuttora l’acqua al giardino della villa e ad alcune aziende agricole confinanti.
Tutto attorno, la proprietà è separata dal borgo abitato e quasi racchiusa in un prezioso scrigno, costituito da una cerchia di tipici muri in sasso della Franciacorta e da un’alta cortina di avvolgenti e profumati cedri deodara, che fanno da cornice ad un’immenso prato fiorito, sul quale si adagiano, come su un morbido, verde cuscino, il palazzo ed il giardino.

Cazzago SM-Villa Guarneri

Bornato

Bornato: vista panoramica

Ai tempi dell'Impero Romano, Bornato fu pagus di una vasta zona che comprendeva anche Cazzago, Passirano e Paderno. A quei tempi il paese si trovava a meridione dell'attuale insediamento collinare, nella zona pianeggiante tra la località Costa e Barco, come attestano i ritrovamenti di fondamenta di case nelle campagne della zona. La forma del suolo e della vicina valle di Calino la quale separa Bornato dall'insediamento collinare della vicina frazione cazzaghese, fa presumere al Cocchetti (1859) che vi fosse un fiume, ora scomparso, che avrebbe favorito la scelta del luogo per la costruzione del centro amministrativo. Sono state rinvenute una lapide in ricordo del decurione Marco Giulio Fabio Omimcione e un piccolo ceppo funerario.
La giurisdizione della Pieve di Bornato comprendeva territori più ampi di quelli del pagus originario, estendendosi anche su Travagliato. Le indagini archeologiche svolte sul sito dei resti dell'attuale pieve nel 2005 e nel 2006 hanno rinvenuto la presenza di un insediamento longobardo che ai tempi era rimasto ai piedi della collina. Secondo il Cocchetti (1859) furono le piene dell'ipotetico fiume a spingere la popolazione ad insediarsi sul rilievo. Sopra di esso fu probabilmente edificato un Castrum la cui presenza è attestata attorno all'anno Mille. Fu sede dei Bornati, famiglia nobile discendente dal Capitano della Pieve, tal Mozzi da Bergamo, che fu nominato nel corso del X secolo a questo incarico e che trasmise il proprio titolo agli eredi. In epoca tardocomunale, il Castello divenne proprietà esclusiva dei Bornati che lo riedificarono tra il 1266 e il 1270. Sempre sulla base delle ricerche archeologiche è stata stabilita la presenza dell'edificio ecclesiale plebano, in stile romanico, che viene citato in documenti del 1058, e la presenza di una pieve longobarda ad esso precedente. La chiesa romanica fu poi riadattata nel Duecento, per poi essere sostituita nel Quattrocento da quella i cui ruderi sono visibili ancora oggi. Nell'estimo visconteo del 1386, risulta che la comunità di Bornato facesse parte della quadra di Rovato.
Durante le ultime lotte tra i Visconti e la Repubblica di Venezia per il controllo della provincia bresciana (1438), Antonio Martinengo prese possesso del castello, organizzando la resistenza contro le truppe viscontee comandate dal Piccinino che assediavano la fortezza. Il Gattamelata venne in suo soccorso tentando di cogliere alle spalle le truppe assedianti. Lo scontro non fu favorevole a quest'ultimo che dovette ritirarsi. Durante l'epoca veneta, il comune fu mantenuto all'interno della quadra di Rovato. Nel 1493, risulta che ad esso era accorpata la frazione di Monterotondo, poi tornata ad essere in seguito municipalità autonoma. Nel 1562, il nobile Lattanzio Bornati cedette il castello e tutti i fondi presenti in paese alla famiglia Gandini che ristrutturarono la fortezza conferendole la forma attuale. Nel 1796, la proprietà passò ai Garbelli in quanto fu conferita ad essi in dote dall'ultima discendente dei Gandini, Giulia. Nel corso del XVII secolo fu edificata l'attuale parrocchiale che sostituì la Pieve, presto abbandonata.
Entrato a far parte della Repubblica bresciana (1797), con il Decreto 1º maggio dello stesso anno fu inserito nel Cantone dell'Alto Oglio. Con la confluenza dell'effimera esperienza repubblicana locale nella Repubblica Cisalpina entrò a far parte del Dipartimento del Mella e nella riorganizzazione di questo sulla base del Decreto 21 vendemmiale anno VII fu inserito nel Distretto del Sebino. Durante la seconda repubblica cisalpina fu inserito invece nel Distretto II di Chiari (1801), mentre a partire dal 1805 entrò nel Cantone III di Adro a sua volta facente parte del Distretto II di Chiari. Il decreto 8 giugno 1805, inoltre, conferiva a Bornato lo status di comune di terza classe. Tuttavia cinque anni dopo fu aggregato al comune di Cazzago, assieme a Calino con Torbiato, per il basso numero di abitanti rispetto a quanto considerato sufficiente ad avere una municipalità autonoma.
Con il congresso di Vienna, la Lombardia, e quindi Bornato, entrò a far parte del Regno Lombardo-Veneto alle dipendenze dell'Impero austriaco. Il paese tornò ad essere autonomo e fu inserito nel Distretto IX di Adro della Provincia di Brescia (1816). Con la riforma del 1853 fu spostato nel distretto XIII di Iseo.
La Pace di Zurigo (1859) assegnò la Lombardia al Regno di Sardegna, poi Regno d'Italia (1861). Bornato rimase comune autonomo e fu incluso nel Mandamento II di Adro appartenente al Circondario II di Chiari della Provincia di Brescia. Dal 1865 fu amministrato da un sindaco, mentre a partire dal 1926 il governo municipale fu retto da un Podestà. Nel 1911, il comune fu interessato dalla costruzione della ferrovia Iseo – Rovato e dalla diramazione Bornato–Paderno da parte della Società Nazionale Ferrovie e Tramvie (SNFT). A sud del paese in zona "Bassocastello", lungo la strada che conduce a Calino fu costruita una stazione ferroviaria che assunse la denominazione di Bornato–Calino. Nel 1927 a seguito del Regio Decreto 18 ottobre 1927, n. 2018, la municipalità fu soppressa e il territorio fu aggregato al vicino comune di Cazzago San Martino assieme alle frazioni Barco e Costa.


Chiesa di San Bartolomeo - Parrocchiale

Chiesa di San Bartolomeo

La Chiesa di san Bartolomeo apostolo è la chiesa parrocchiale di Bornato.
E' situata al centro dell'abitato di Bornato. Anticipata da un sagrato, presenta una facciata a capanna, dotata ai fianchi di corpi verticali che ne delimitano l'impianto, mentre nella parte centrale vi sono le aperture, tra cui un portale ed un rosone, con muratura piena decorata a motivi geometrici mentre a coronamento vi è un timpano dotato di croce metallica in sommità. L'interno della chiesa è ad aula unica, interamente decorata, presenta copertura voltata a botte unghiata, ed è dotata di altari laterali. Il presbiterio è rialzato e quadrangolare, dotato di cantorie a lato, di cui quella a destra contenente l'organo, e termina in un fondale absidale poligonale, sul quale è posta la grande soasa dell'altare maggiore. A fianco della chiesa vi è la sacrestia, alcuni locali di servizio ed il campanile. Fu edificata dopo il 1630 e consacrata dal cardinale Pietro Ottoboni, il futuro papa Alessandro VIII, la seconda domenica di ottobre del 1666. È stata risistemata nel 1888 sulla base di un progetto redatto dall'architetto Angelo Bianchini. All'interno sono presenti i seguenti dipinti: una rappresentazione del martirio di San Bartolomeo apostolo del 1656, opera del pittore napoletano Pietro Mango; una raffigurazione della Passione di Gesù, ad opera di Gian Giacomo Barbello (1654); tela sul Battesimo di Gesù, ad opera di Antonio Gandino.


Il Castello e Villa Orlando

Bornato-Il Castello
Bornato-Il Castello, le mura e i bastioni

Una cortina muraria in sassi discretamente alta con merlature aggiunte, contorna tutta la struttura che è ulteriormente difesa dal fossato sui lati nord ed est e dal versante scosceso della collina sugli altri due. Le torri circolari settentrionali ed i muraglioni dei lati est, nord e parzialmente ovest dovrebbero essere originari.

Bornato-L'entrata del Castello

Il percorso di avvicinamento all’unico accesso conferma ancora una volta l’usanza di posizionare la porta in modo tale che le persone armate che giungevano al maniero erano costrette a mostrare verso gli spalti la parte meno protetta del corpo cioè quella destra, che teneva la spada o la lancia, mentre lo scudo era solitamente portato con il braccio sinistro.

Bornato-Il cortile interno del Castello

Il fronte sud della cortina fu rimaneggiato alla fine del XVI secolo quando il castello fu venduto nel 1562 da Lattanzio Bornati alla famiglia Gandini che costruì la dimora della famiglia. La realizzazione della villa nobiliare (oggi Villa Orlando) comportò la completa ristrutturazione degli antichi edifici del castello, parte dei quali vennero con ogni probabilità demoliti ma altri furono riutilizzati, come nel caso dei grandi ambienti voltati siti nella parte meridionale del piano terra.

Bornato-Il Castello: Villa Orlando

Per dotare il palazzo di uno spazio esterno più esteso venne creato, nella zona antistante il fronte principale, un giardino pensile. Verso occidente il muro di cinta è interrotto da una balaustra compresa da pilastri sormontati da obelischi.

Bornato-Il Castello: Villa Orlando

Villa Orlando è interamente visitabile e restituisce un singolare esempio di villa rinascimentale costruita all’interno di un castello medievale, gli ambienti furono poi impreziositi da una ricca dotazione di affreschi durante gli anni del Seicento e del Settecento. Dall’analisi dei catasti storici si coglie una radicale risistemazione, avvenuta tra il 1810 e il 1844, dei vari corpi di fabbrica posti a nord della villa.
Le opere eseguite consentirono di migliorare la percezione della torre del mastio e della cappella privata dedicata a San Francesco, rifacendo in stile neogotico gli altri edifici superstiti dalle demolizioni.

È da assegnare a questa fase con una certa attendibilità il rifacimento del portale di ingresso al castello, in posizione accostata rispetto a quello antico, e la messa in opera delle merlature a coda di rondine di foggia ghibellina.

Visite su prenotazione. Info: www.castellodibornato.com


Villa Secco D'Aragona

Bornato- Villa Bornati/Secco D'Aragona

L’attuale Villa Bornati-Secco d'Aragona fu eretta da Marco Antonio Bornati alla metà del XVI secolo sopra un'antica dimora costruita nel 1300. Della casa trecentesca rimangono gli archi gotici di due finestre murate nella parete nord da due piccoli locali, abitazione degli arcieri di guardia: uno dei locali si apre con due feritoie sul porticato sottostante. Nel 1565 Marcantonio di Bornati, ornò il pozzo di casa con uno stemma raffigurante le sue iniziali (MAB) e rifabbricò la villa in stile palladiano. La facciata principale rivolta a mezzogiorno è infatti dovuta a un disegno o consiglio dello stesso Palladio. La facciata si svolge a “L” su due prospetti: uno verso mezzodì e uno verso mattina. Nel primo si apre il porticato di sei arcate scandite da pilastri in muro a ridosso dei quali appoggiano delle paraste che sostengono la trabeazione.

Bornato- Villa Bornati/Secco D'Aragona

Simile è il prospetto verso mattino, qui però le arcate sono soltanto segnate. E’ molto probabile che quest’ala sia stata aggiunta nel secolo XVIII quando venne costruito, insieme a tre sale, il grandioso scalone a tre rampe accompagnate da una balaustra in pietra. All’interno un prato, oltre il quale si estende il parco, che dà respiro all’edificio. In un rustico adiacente vi è un locale con volta a crociera. Un frammento di mura merlate ricorda l’originale collegamento col vicino castello di Bornato.


Villa Rossa

Bornato- Villa Rossa e la scalinata del "Diaol e la Diaola"

La Villa Rossa si trova sull'omonimo rilievo, a nord del paese. Ai piedi del colle si snoda la scenografica scalinata progettata e costruita dall'abate Marchetti sul finire del seicento per collegare il giardino al piano, e in seguito, abbellita con un tempietto e balaustre ornate da pregevoli sculture. La scalinata è la parte più evidente di Villa Monte Rossa dalla quale lo sguardo spazia a tutto tondo dalle Alpi a nord della Valle Camonica alle prealpi bergamasche, fino a Brescia, alla pianura e nelle giornate più limpide e luminose agli Appennini. Vigneti, olivi e piante esotiche fanno da cornice e crescono rigogliosi. Il colle fu chiamato Monte Rossa dalla famiglia che ne fu proprietaria dal 700 alla metà dell’800. L’attuale villa è un armonioso insieme di vari edifici costruiti su una fortificazione medioveale, trasformata poi in un casa di campagna nel 1400 ed in seguito, in villa signorile. All’interno del vasto parco, una torre cilindrica del 1200 (Torre Oldofredi) alta 7 metri, con graziose finiture in cotto è rimasta come testimonianza delle numerose torri di avvistamento del medioevo franciacortino che fu epoca di battaglie e scontri (una torre gemella è tutt’ora visitabile a Calino).

Sede dell'azienda vinicola Monte Rossa. Info: www.monterossa.com

Villa Fè D'Ostiani

Bornato- Villa Fè D'Ostiani

È la città di Piacenza a dare i natali alla Famiglia Biondelli, qui infatti fu esponente del patriziato cittadino nel periodo dell'antico Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla. Grazie alla volontà della moglie Clementina di poter fruire di una dimora in Franciacorta, Giuseppe Biondelli, nel 1940 mentre si trovava in Turchia come Console Generale a Smirne, dispose l’acquisto dell’ex proprietà dei conti Fè d’Ostani a Bornato dando seguito così alla secolare coltivazione della vite avviata dalla precedente Nobile Famiglia. Ancora oggi le proprietà della Famiglia Biondelli si trovano in questo territorio. La cinquecentesca villa colonica Fè D'Ostiani, edificata di fronte allo storico castello medioevale di Bornato, è all'inizio della splendida Valle del Longarone racchiusa tra gli abitati di Bornato, Cazzago San Martino e Calino.

Sede dell'azienda vinicola Cantine Biondelli. Info: www.biondelli.com


L'antica Pieve di Bornato

La funzione storica delle pievi

Bornato - L'antica Pieve prima del rifacimento del tetto

Seguendo l’antico muro di cinta, a sud dell’agglomerato di Bornato si raggiunge il sito archeologico della Pieve. Il significato del termine Pieve trova la sua origine nel vocabolo latino "plebs" che veniva utilizzato per indicare la popolazione cristiana sparsa nella campagna, ma anche un luogo di culto dotato di fonte battesimale e cimitero. L’istituzione delle Pievi avvenne tra l’ VIII e il IX secolo ad opera dei Franchi di Carlo Magno. Questo popolo, dopo aver sconfitto i Longobardi organizzò nell’Italia padana l’ordinamento pievano, basato sulla divisione del territorio rurale in zone dai confini ben delimitati. Ogni zona era controllata dal punto di vista religioso da una Pieve con a capo un arciprete a cui erano soggetti tutti gli abitanti che risiedevano entro i suoi limiti territoriali. Alla Pieve si battezzavano i bambini nella notte del Sabato Santo e a Pentecoste, si seppellivano i morti e si amministrava la penitenza; presso la Pieve si celebravano i matrimoni ed i bambini imparavano a conoscere i rudimenti della fede cristiana. Per sostenere l’impegno pastorale fu istituita la “decima”, una tassa sacramentale che colpiva tutti i fedeli di una chiesa rurale e consisteva nel versamento agli ecclesiastici della Pieve della decima parte dei prodotti agricoli e degli animali che scaturivano dalle attività agricole del territorio sottoposto. Le Pievi del territorio della Franciacorta erano San Bartolomeo a Bornato, Sant’ Andrea a Iseo, Santa Maria a Coccaglio, Erbusco e Palazzolo. La sua intitolazione a San Bartolomeo, santo venerato dai viandanti e dai pellegrini, fa supporre la presenza di un ospizio destinato al ricovero delle numerose persone che per fede o necessità si mettevano in viaggio sulle pericolose strade del tempo. La Pieve di Bornato esisteva sicuramente nel 1058 quando viene menzionata in un documento del vescovo di Brescia. In un altro documento del 1291 il Papa Niccolò IV concedeva alla chiesa di San Bartolomeo un’indulgenza in occasione della festa annuale dedicata al santo.

Bornato - L'antica Pieve dopo il rifacimento del tetto

Altri documenti del 1339 e 1343, relativi al versamento delle decime, documentano la vitalità della Pieve. Solo verso la fine del XV secolo si ha il passaggio definitivo dell’organizzazione pievana a quella parrocchiale in seguito al quale anche San Bartolomeo non sarà più il punto di riferimento di un ampio territorio ma diverrà la chiesa del solo abitato rurale di Bornato. La risoluzione di erigere una nuova chiesa parrocchiale, evidentemente resa necessaria dallo stato di incuria e di rovina in cui versava l’antica pieve, sancì il definitivo abbandono a se stesso del prestigioso monumento e la sua caduta allo stato di rudere. Fu l’arciprete don Andrea Giardini (1628-1661), coadiuvato da don Tommaso Bernardi, a prendere la decisione di innalzare la nuova parrocchiale, poi consacrata nel 1660 dal cardinale Pietro Ottoboni.

I due cicli di affreschi

Antica pieve-Particolare del primo ciclo di affreschi: 6 dei 12 Apostoli

Si tratta di due cicli di affreschi unitari: il primo, staccato in più fasi negli anni sessanta, copriva il primo sottarco della navata sinistra e comprendeva i Quattro Evangelisti; il secondo, staccato sotto la direzione della Soprintendenza nel 1989, rivestiva il secondo sottarco della navata sinistra, con le figure dei Dodici Apostoli. Gli affreschi del secondo sottarco, forse relativi alla cappella del Santissimo Corpo di Cristo, comprendono la serie dei Dodici Apostoli che possiamo ammirare oggi nella chiesa parrocchiale di San Bartolomeo. Il maestro delle opere, proveniente dalla scuola di Paolo da Caylina il Vecchio si rivela artista di solida formazione tardogotica e gli affreschi in esame andrebbero collocati non oltre il secondo quarto del Quattrocento. La delicatezza impiegata nella stesura delle vesti e dei manti contrasta con l’atteggiamento fortemente espressivo, quasi iroso, dei volti e con la gestualità interlocutoria di taluni apostoli. Particolare mestiere rivela l’ancora anonimo maestro nell’assetto sempre diverso con cui presenta le figure degli apostoli, frontali o di tre quarti, e le differenti posture adottate per ciascuno nel sostenere il Libro della Rivelazione. Tra tutti, particolarmente elegante è la figura di San Giovanni evangelista, la cui delicatezza della forma e del colore è sostenuta da una grande forza compositiva.

Antica pieve-Particolare del secondo ciclo di affreschi: Agnus Dei e uno dei 4 Evangelisti

Alle serie di affreschi sono stati aggiunti altri ‘pezzi’ mancanti, che completano quella che doveva essere l’intera decorazione dei sottarchi; un riquadro raffigurante l’Agnus Dei, l’affresco della Madonna con il Bambino e quello raffigurante San Giulio, emergente da un avello di serpi e la figura di Dio Padre benedicente, verosimilmente posta al culmine dell’arco tra le figure degli Apostoli.

Bornato-Chiesetta cimiteriale

Gli affreschi, esposti nella chiesetta cimiteriale a fianco della parrocchiale di Bornato, rivelano in maniera abbastanza inconfondibile la mano del Maestro di San Felice del Benaco. I caratteri distintivi del Maestro sono individuabili nei volti “dalle grandi occhiaie e dagli zigomi ossuti” (Mazzini), segnati da profonde rughe e macchiati sulle gote da tocchi consistenti di cinabro. Le figure, spesso rappresentate in atteggiamenti disarticolati, sono vestite di ampi e ridondanti panneggi, il cui andamento è regolato da tracce di stilo sull’intonaco, che non sono tuttavia più visibili negli affreschi staccati della pieve. In altri casi il Maestro rivela contorni dei volti più delicati e atteggiamenti più composti, come è il caso della raffigurazione di San Giovanni Evangelista o della Vergine, ma sempre presenti la ridondanza dei panneggi, i volti emaciati e l’atteggiamento lezioso del gestire. Gli affreschi dovrebbero quindi datarsi nell’ultimo quarto del Quattrocento.

Fonte: Sito ufficiale Antica Pieve S.Bartolomeo
Consultare il sito anche per eventuali visite.


Il Santuario della Madonna della Zucchella

Bornato-La Madonna della Zucchella

Nei pressi del cimitero, lungo la strada che dal centro del paese porta verso la frazione Barco, sorge il santuario della Madonna della Zucchella. La devozione popolare ricorda qui l’apparizione della Madonna che con una zucca piena d'acqua dissetò un contadino sfinito dall’arsura dell’estate. È stato costruito nel secondo dopoguerra per inglobare e proteggere un'edicola con l'affresco della Madonna della Zucchella. Negli anni sessanta tale affresco, dipinto da Paolo Ventura, è stato strappato dalla sede originaria ed è stato collocato all'interno di una cornice. Ogni cinque anni, a metà settembre, sono celebrate le Feste Quinquennali della Madonna della Zucchella, durante le quali l'effigie viene traslata dal Santuario alla Chiesa Parrocchiale per una intera settimana. In tale occasione, le vie del paese sono decorate con fiori e coccarde preparati dalle donne del paese.

[Aperta da primavera ad autunno]


Museo degli attrezzi agricoli del passato

Mostra-collezione di “Antichi strumenti agricoli”, raccolti nel tempo da Giuliano Sbardellati, una serie di attrezzi che hanno aiutato gli agricoltori nella lavorazione della terra e per lo sviluppo del settore vinicolo dei famosi Vini Franciacorta. Collezione di macchinari della storia agricola e industriale rigorosamente forgiati dalla mano esperta del bornatese Ciso Abeni: locomotori, trebbiatrici e trattori in uso nelle campagne della Franciacorta.


Calino

Calino: Vista panoramica

Stando alla tradizione popolare raccolta dal Mazza (1986) e testimoniata da alcune vestigia, l'abitato possedeva un castrum il cui edificio principale era di proprietà dei nobili Calini, probabilmente ramificazione della famiglia dei Capitani della Pieve di Bornato. Fino al 1158 fu feudo del Vescovo di Brescia, al quale in seguito successe la famiglia dei Martinengo. Durante la Repubblica comunale bresciana, Calino fece parte di un sistema difensivo che si estendeva dal castello di Montisola fino a Chiari, di cui i resti della torre cilindrica sita nei pressi della cascina La Rotonda sono l'ultima testimonianza. Nel XIII secolo, la parrocchia, dedicata a San Michele Arcangelo, si rese autonoma dalla Pieve di Bornato. A quel tempo esistevano altri due edifici ecclesiali: la chiesa di San Nicola, che da alcuni documenti risulta riedificata nel 1295, e quella di Santo Stefano, costruita sul colle di proprietà della famiglia Maggi e che esiste a tutt'oggi. Dall'estimo visconteo del 1386, la comunità di Calino era parte della quadra di Rovato.
Nel 1438, la valle attigua, detta di Calino, fu sede dello scontro fra le forze viscontee guidate dal Piccinino, che stava assediando il Castello di Bornato, e quelle del Gattamelata, favorevoli alla Serenissima. L'esito della battaglia fu avverso al condottiero narnese, tuttavia al termine della guerra il territorio di Brescia, compreso Calino, passò alla repubblica veneta. Dal punto di vista organizzativo, il comune fu mantenuto all'interno della quadra rovatese. Nel corso del Settecento fu costruita la nuova parrocchiale la quale fu consacrata il 25 settembre 1768 dal Cardinale Lodovico Calini.
Con l'istituzione dell'effimera repubblica bresciana, poi confluita in quella cisalpina (1797), il territorio di Calino fu inserito nel Cantone dell'Alto Oglio. L'anno seguente fu riorganizzata la struttura organizzativa statale, quindi il paese entrò a far parte prima del Distretto del Monte Orfano e poi del Distretto del Sebino a loro volta appartenenti al Dipartimento del Mella. Nella riorganizzazione degli enti locali attuata dalla seconda repubblica cisalpina con la Legge 23 fiorile anno IX, il comune fu assegnato al Distretto II di Chiari e in tale situazione si mantenne nella Repubblica Italiana. Il passaggio al Regno d'Italia, a differenza di altri comuni limitrofi, modificò l'impostazione territoriale della municipalità. Con il decreto 8 giugno 1805, infatti, al comune di Calino fu assegnato anche l'abitato di Torbiato, oggi frazione di Adro. La denominazione dell'ente divenne Calino con Torbiato e fu definito come comune di terza classe appartenente al Cantone III di Adro del Distretto II di Chiari. Tale forma fu di breve durata in quanto a partire dal 1810 l'abitato di Calino entrò a far parte del comune nominale di Cazzago, mentre Torbiato fu inglobato in quello di Adro.
Con l'istituzione della provincia di Brescia del Regno Lombardo-Veneto avvenuta con la notificazione del 12 febbraio 1816, il paese riottenne l'autonomia municipale. Del territorio faceva nuovamente parte la frazione di Torbiato che fu assegnata ad Adro solo con Decreto 26 aprile 1816. Il comune fu incluso nel Distretto IX di Adro; a partire dal 1853 passò al Distretto XIII di Iseo.
Dopo il passaggio delle province lombarde al Regno di Sardegna a seguito degli eventi della seconda guerra di indipendenza italiana e grazie alla Regio Decreto 23 ottobre 1859, n. 3702, il comune fu inglobato nel Mandamento II di Adro, Circondario II di Chiari della Provincia di Brescia. Tra il 1897 e il 1915, il paese fu servito dalla linea tranviaria a vapore Iseo–Rovato–Chiari che correva lungo l'attuale provinciale IX Iseo - Rovato. Nel 1911 fu costruita lungo la valle attigua la linea ferroviaria Iseo–Rovato ora facente parte della Brescia – Iseo – Edolo. Con la ristrutturazione degli enti locali operata dal regime fascista tramite il Regio Decreto 18 ottobre 1927, n. 2018, l'autonomia municipale fu soppressa e il paese fu assegnato al comune di Cazzago San Martino.


Chiesa di San Michele Arcangelo - Parrocchiale

Calino-Chiesa di San Michele

La Chiesa di San Michele è la chiesa parrocchiale di Calino.
E' situata tra l'abitato di Cazzago e Calino; anticipata da uno stretto sagrato per la presenza della pubblica via, la chiesa è affacciata sulle colline moreniche rivolta ad est. La facciata è suddivisa in due registri, dotati di aperture centrali tra cui un portale marmoreo ed una finestra rettangolare, affiancati da tre lesene per parte, mentre a coronamento vi è un timpano aggettante, dotato di affresco centrale e pennacchi con croce metallica in sommità. L'interno è a navata unica, dotata di altari laterali interamente decorata ed affrescata, con copertura voltata a vela e cantorie laterali presso l'arco Santo, contenenti l'organo. Il presbiterio è rialzato e quadrangolare, chiuso da un fondale absidal semicircolare, finestrato ai lati con al centro la soasa dell'altare maggiore. A fianco della chiesa si trovano la sacrestia, e il campanile. Ha una struttura settecentesca su disegno di Bernardo Fedrighini ed è stata consacrata il 25 settembre 1768 dal Cardinale Ludovico Calini. All'interno sono presenti una soasa lignea e l'altare, entrambe opera di Gaspare Bianchi, l'Ultima Cena, opera di Sante Cattaneo, affreschi del pittore clarense Giuseppe Teosa e una tela raffigurante San Pietro di chiara scuola tizianesca.


Palazzo grande Calini–Maggi

Calino-Palazzo grande Calini-Maggi

La residenza maggiore, il Palazzo grande Calini – Maggi, spicca per la sua struttura imponente, realizzata sulle mura difensive di un edificio trecentesco preesistente. Si presenta con una struttura disomogenea che rivela le sue diverse origini. Nella parte rivolta ad oriente, si possono rilevare strutture di tipo difensivo costruite nel XIV secolo. I locali della parte centrale, rivolta a meridione, formano il vero palazzo e furono costruiti tra il XV e XVI secolo. La parte occidentale, infine, è composta dalle strutture costruite nel XVI secolo che racchiudono il cortile e conferiscono all'insieme l'aspetto attuale. L'esterno si presenta privo di strutture architettoniche particolari, ad eccezione del cornicione posto sotto il tetto. Gli interni presentano affreschi del Teosa.


Palazzo piccolo Calini–Maggi

Calino-Palazzo piccolo Calini-Maggi

Nel centro del paese il Palazzo piccolo Calini – Maggi, è una sontuosa residenza rinascimentale riccamente decorata e finemente arredata, costruita nella metà del Cinquecento per iniziativa dei nobili Calini. Il concetto fu quello di dare alla famiglia un edificio alto e massiccio, privo di ornamenti. Il risultato fu quello di non utilizzare la pietra, come avveniva per gli altri palazzi del periodo, ma il cotto: un esempio è il porticato colonnato. La costruzione dell'edificio fu abbandonata nei decenni successivi e ripresa dal conte Vincenzo Calini solamente nel 1697. I lavori terminarono nel 1706. Nel 1900 fu assegnata alla famiglia Maggi, imparentata coi Calini. Gli affreschi del salone di rappresentanza sono opera di Lattanzio Gambara. I soffitti lignei degli interni sono tutti decorati.

Sede dell'azienda vinicola Antinori-Montenisa. Info: www.tenutamontenisa.it


Chiesa di Santo Stefano

Calino-Santo Stefano

Il Santuario di Santo Stefano è nato come cappella privata dei conti Calini e poi è divenuto loro mausoleo funerario. Si presenta oggi come un edificio a due navate orientate a meridione con una cella campanaria; sul lato sinistro è presente un fabbricato aggiuntivo a pianta rettangolare avente scopo abitativo. La struttura attuale è di origine cinquecentesca allargata sul finire del XVIII secolo per seguire le disposizioni che San Carlo Borromeo diede durante la sua visita pastorale del 1580 e per permettere ai Calini di avere uno spazio funerario.

Calino: Palazzo Maggi e Santo Stefano sulla collina

In origine il santuario era orientato verso est e possedeva due altari oltre a quello maggiore, dedicato al martirio di Santo Stefano. Dopo la ristrutturazione, quest'ultimo è sopravvissuto, ma è stato messo in secondo piano dal nuovo altare dedicato alla Presentazione al Tempio di Maria. Gli interni presentano delle opere di metà Cinquecento che furono create da un artista locale, Giovanni Tommaso Pagnoni di Bornato: un dipinto raffigurante il martirio di Santo Stefano e due affreschi. Il primo raffigura la Madonna del Latte, mentre il secondo San Giacomo, sebbene in precedenza si ritenesse fosse ritratto San Rocco. Al centro della cappella funeraria si trova la lapide sepolcrale di Vincenzo Calini, datata 1574.


Palazzo del Cedro e Casa Salonni

Palazzo del Cedro, fu costruito nel Cinquecento su richiesta dei Calini ed è divenuto proprietà della locale parrocchia nel 1952 che lo ha impiegato come sede dell'oratorio San Domenico Savio. Presenta un salone affrescato nel 1601 da Pietro Marone.
Casa Salonni, già Palazzo dei Lantieri di Paratico, è ora sede del Centro Oreb.

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